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viernes, 30 de enero de 2009

¿A CUÁL DON BOSCO DEBEMOS RETORNAR?

Centocinquant'anni di vita della Società salesiana
A quale don Bosco
vogliamo ritornare?


di Francesco Motto


Centocinquant'anni sono passati da quel 18 dicembre 1859, allorché in un'umile cameretta di Torino, don Giovanni Bosco, con un prete e sedici giovani fondava la società salesiana "allo scopo ed in un spirito di promuovere e conservare lo spirito di vera carità che richiedesi nell'Opera degli Oratorii per la gioventù abbandonata e pericolante". Ha avuto un seguito quella seduta?

La risposta non può essere che positiva. Oltre 30.000 persone hanno speso la vita nell'attuazione del progetto salvifico di Dio proposto da don Bosco. Oggi i salesiani sono 15.750 presenti in 1.870 case, sparse in 129 Paesi. A essi andrebbero aggiunte quasi altrettante Figlie di Maria Ausiliatrice, senza contare lo stuolo dei Cooperatori e quella che è oggi la famiglia salesiana. Ma occorre anche guardare avanti.

Il recente Capitolo generale dei salesiani (2008) ha invitato a "ritornare a don Bosco", "ad amarlo, studiarlo, imitarlo, invocarlo e farlo conoscere, applicandosi alla conoscenza della sua storia e allo studio delle origini della congregazione, in costante ascolto delle attese dei giovani e delle provocazioni della cultura odierna". In pratica ha ripreso il motu proprio postconciliare Ecclesiae Sanctae che nel 1966 aveva invitato tutti i religiosi a ritornare alle fonti per un'accommodata renovatio della loro vita, in riferimento alle mutate condizioni dei tempi.

L'appello va ben compreso. Il pur apprezzabilissimo ritorno a don Bosco rivela infatti uno sfondo ideologico, quale quello di recuperare lo spirito di don Bosco e del suo primo manipolo di seguaci, nella certezza di trovare in esso uno stimolo e una guida per l'aggiornamento della propria vita religiosa nei nuovi contesti. Ma se lo osserviamo dal punto di vista storiografico - quello che interessa in questo momento - esso mette in ombra quella continuità di vita della società salesiana avutasi dopo don Bosco, quella che, con gli inevitabili adattamenti, ha permesso di arrivare fino a oggi. Soprattutto oscura il fatto che anche le origini di una congregazione sono parte di un ciclo evolutivo che ha avuto un inizio, ma poi si è sviluppato in varie direzioni. Don Bosco non è tutto, anche se è stato l'inizio di tutto; il suo Sistema preventivo ha un'anima, ma anche una storia. Un'attenta riflessione ermeneutica si impone necessariamente.

Del resto oggi ci possiamo chiedere: a quale don Bosco vogliamo ritornare? A quello delle fiction e dei recital? A quello del mito? A quello della storia? E se tante sono le immagini del don Bosco storico, ancor più sono quelle del don Bosco attualizzato dalla continuità, senza scissioni, della società salesiana, grazie proprio alla fedeltà al fondatore; fedeltà che è stata la sollecitudine permanente di tutti i grandi rettori maggiori - due beatificati - che non sono mancati in questi centocinquanta anni. Dunque un anniversario non può solo ricordare la data dell'evento fondativo, ma anche la lunga storia nata da esso.

Fase iniziale è stata quella del fondatore, che è riuscito ad avviare un movimento che alla sua morte aveva ormai coinvolto oltre 700 salesiani (e 400 Figlie di Maria Ausiliatrice), presenti in una cinquantina di case sparse per 4 Paesi europei e 5 sudamericani.

Nel 1888, mentre esponenti della gerarchia ecclesiastica pensavano che l'opera salesiana non potesse sopravvivere al fondatore, don Michele Rua ne prese in mano le redini e, con l'aiuto di un manipolo di salesiani cresciuti con lui accanto a don Bosco, la rilanciò in tutte le sue potenzialità. La società salesiana fu ritenuta ovunque moderna, efficiente, utile, tanto per le società civili che chiedevano educatori e istruttori della gioventù nella nuova fase di sviluppo economico-sociale di fine ottocento, quanto per la Chiesa che doveva lottare contro molte forze a lei avverse.

Dal 1890 al 1897 i salesiani si raddoppiarono - da 1.000 a 2.000 - e negli altri tredici anni, fino alla morte di don Rua (1910), fecero altrettanto - da 2.000 a 4.000. Intanto le case erano cresciute da 58 a 387, sparse per una trentina di Paesi in quattro continenti.

Nel secondo decennio del secolo xx lo sviluppo continuò, sia pure rallentato. Alla morte del Rettor maggiore don Paolo Albera (1921), i salesiani risultavano comunque cresciuti "solamente" di 600 persone e di 130 case. Evidentemente la guerra mondiale si era fatta pesantemente sentire, nonostante i novizi fossero sempre stati centinaia.

Nel ventennio fra le due guerre i salesiani divennero 12.000, con un incremento medio annuo di 370 unità e il raddoppio delle case. E nel ventennio seguente al conflitto, la demografia salesiana s'impennò ancor di più: con un incremento annuo di 400 persone e di 15 case, i 13.500 soci del 1947 divennero 21.600 nel 1967 - il massimo storico - operanti in un'ottantina di Paesi.

Di fronte a un tale impressionante sviluppo Papa Paolo VI poteva definire quello salesiano "uno dei fatti più notevoli, più benefici, più esemplari, più promettenti del cattolicesimo del secolo scorso e del nostro".

Quali le ragioni? Ovviamente moltissime. Con molta approssimazione, si potrebbe dire che la società salesiana aveva vissuto della luce riflessa di un fondatore che godeva di immensa simpatia nell'immaginario collettivo. I salesiani avevano continuato a essere considerati ottimi educatori di giovani nei loro oratori e centri giovanili; nelle loro scuole umanistiche e professionali; nelle loro parrocchie e missioni; nei loro centri culturali ed editoriali. Il "sistema salesiano" in tutte le sue dimensioni spirituali, pedagogiche, organizzative, aveva funzionato quasi alla perfezione.

Ma con il 1968 ebbe inizio la crisi, che vide il numero dei salesiani ridursi in un decennio di oltre 5.000 unità. Non riuscì a fermare l'emorragia il Capitolo generale xix del 1965, le cui potenzialità di una vera svolta vennero compromesse dall'invito a tutti i religiosi di rinnovare, tramite un "Capitolo speciale", le proprie Costituzioni conformemente ai suggerimenti conciliari. Ma prima che esso avesse luogo, scoppiò il famoso Sessantotto con tutto quello ha significato, in bene e in male. La grande assise Capitolare del 1971 comunque produsse una mole di documenti condensandoli nelle Costituzioni rinnovate. Nel volgere di qualche anno il tasso di decremento, grazie anche all'allungamento della vita media, tese a stabilizzarsi, tant'è che nel trentennio 1978-2007 il numero dei salesiani si mantenne quasi costante, con un minimo di 16.300 nel 1982 e 2002. Nello stesso periodo le opere continuarono però a crescere annualmente di una decina di unità (1.877 attualmente), mentre il numero dei novizi in 30 anni rimase quasi sempre oltre i 500.

L'ottimismo dei numeri viene però ridimensionato se si considera il trend negativo, più lento in America e molto più rapido in Europa, dove con il 44 per cento del totale dei salesiani si ha solo il 14 per cento dei novizi. È evidente che, salvo un auspicabile cambio di tendenza di cui non si percepiscono ancora i segni, il futuro prossimo nelle aree europee e americane si presenterà con un saldo sempre in rosso. La società salesiana a 150 anni dalla sua nascita - il ricordo comincia il 30 gennaio e si concluderà il 18 dicembre prossimo - sembra dunque avviarsi a una svolta molto significativa, a un cambio del colore della pelle, ubicandosi su nuove frontiere geografiche e operative.

Ma il problema non sono tanto i numeri o le statistiche; la domanda più inquietante non è tanto di indole sociologica - se i salesiani siano di più o di meno, dove crescano e dove calino - ma di carattere carismatico: se siano adatti, capaci e preparati oggi a stare significativamente in mezzo ai giovani.

La presenza salesiana, così capillarmente diffusa nel mondo intero, dimostra quel che può fare "un uomo mandato da Dio". La santità di oltre 100 salesiani dimostra quel che può fare Dio. L'evento don Bosco non è quindi un fatto compiuto, viene portato a compimento dai suoi "figli" come lui "carismatici", perché "a disposizione di Dio". Dare spazio alla creatività, uscire dagli uffici, stare con i giovani, ascoltare le intuizioni, leggere attentamente i "segni dei tempi" aiuta a non rifare quel che si è sempre fatto e che oggi non funziona più qui, e domani là.

I giovani devono ritrovare l'identità salesiana non sulle carte, nelle mozioni di convegni e delle assemblee, ma negli educatori che dovrebbero stare e vivere con loro e per loro. Il Sistema preventivo non fa sconti: se l'educatore non è presente, i giovani emigrano da soli; se l'educatore non arriva prima di loro, raccoglierà solo i cocci; se arriverà fuori tempo massimo, sarà emergenza. L'insegna la storia di questi 150 anni. È cambiata la società, la famiglia, il giovane; i salesiani devono cambiare, ma paradossalmente restando sempre loro, presenti in cortile, a scuola, in strada, al cinema, in teatro, in internet, ovunque ci siano i giovani.

Punto di non ritorno sarà recuperare la grazia d'unità fra azione e contemplazione. Il concentrarsi non su tutto in ordine sparso, ma tutti e tutto su punti vitali del carisma è essenziale, pena la vanificazione di esso, anche se rimane vero che su un tronco secco lo Spirito Santo potrà sempre far sbocciare nuovi germogli. Il "progetto Europa" si gioca soprattutto sulla sponda della rivitalizzazione endogena, come sostiene il rettor maggiore don Pascual Chávez. È questa la sfida che 150 anni di storia lanciano alla società salesiana, che ne uscirà vincitrice solo se saprà affrontarla con la consapevolezza, il coraggio, l'umiltà e la fede dei suoi inizi.



(©L'Osservatore Romano - 31 gennaio 2009)

martes, 1 de abril de 2008

EL SUEÑO DE LOS NUEVE AÑOS - En el 74º aniversario de la Canonización de San Juan Bosco

a003 Con aquellos años tuve un sueño que quedó profundamente grabado en mi mente para toda la vida. En el sueño, me pareció encontrarme cerca de casa, en un terreno muy espacioso, donde estaba reunida una muchedumbre de chiquillos que se divertían. a004 Algunos reían, otros jugaban, no pocos blasfemaban. Al oír las blasfemias, me lancé inmediatamente en medio de ellos, usando los puños y las palabras para hacerlos callar. En aquel momento apareció un hombre venerando, de aspecto varonil y noblemente vestido. Un blanco manto le cubría todo el cuerpo, pero su rostro era tan luminoso que no podía fijar la mirada en él. Me llamó por mi nombre y me mandó ponerme a la cabeza de los muchachos, añadiendo estas palabras: a005

-No con golpes, sino con la mansedumbre y con la caridad deberás ganarte a estos tus amigos. Ponte ahora mismo, pues, a instruirlos sobre la fealdad del pecado y la belleza de la virtud.

Aturdido y espantado, repliqué que yo era un niño pobre e ignorante, incapaz de hablar de religión a aquellos jovencitos. En ese momento, los muchachos, cesando sus riñas, alborotos y blasfemias, se recogieron todos en tomo a006al que hablaba. Sin saber casi lo que me decía, añadí:

-¿Quién sois vos, que me mandáis una cosa imposible?

-Precisamente porque tales cosas te parecen imposibles, debes hacerlas posibles con la obediencia y la adquisición de la ciencia.

-¿En dónde y con qué medios podré adquirir la ciencia?

-Yo te daré la maestra bajo cuya disciplina podrás llegar a ser sabio, y sin la cual toda sabiduría se convierte en necedad.a007

-Pero ¿quién sois vos que me habláis de esta manera?

-Yo soy el hijo de aquélla a quien tu madre te enseñó a saludar tres veces al día.

-Mi madre me dice que, sin su permiso, no me junte con los que no conozco. Por tanto, decidme vuestro nombre.

-El nombre, pregúntaselo a mi Madre.

En ese momento, junto a Él, vi a una mujer de aspecto majestuoso, vestida con un manto que resplandecía por todas partes, como si cada punto del mismo fuera una estrella muy refulgente.

Contemplándome cada vez más desconcertado en mis preguntas y respuestas, hizo señas para que me acercara a Ella y, tomándome bondadosamente de la mano, me dijo:a008

-Mira.

Al mirar, me di cuenta de que aquellos chicos habían escapado y, en su lugar, observé una multitud de cabritos, perros, gatos, osos y otros muchos animales.

-He aquí tu campo, he aquí donde tienes que trabajar. Hazte humilde, fuerte, robusto; y cuanto veas que ocurre ahora con estos animales, lo deberás hacer tú con mis hijos.

Volví entonces la mirada y, en vez de animales feroces, aparecieron otros tantos mansos corderos que, saltando y balando, corrían todos alrededor festejando al hombre aquel ya la señora.a009

En tal instante, siempre en sueños, me eché a llorar y rogué al hombre me hablase de forma que pudiera comprender, pues no sabía qué quería explicarme.

Entonces Ella me puso la mano sobre la cabeza, diciéndome:

-A su tiempo lo comprenderás todo. Dicho lo cual, un ruido me despertó.

Quedé aturdido. Sentía las manos molidas por los puñetazos que había dado y dolorida la cara por las bofetadas recibidas. Después, el personaje, aquella mujer, las cosas dichas y las cosas escuchadas ocuparon de tal modo mi mente que ya no pude conciliar el sueño durante la noche.a029

Por la mañana conté enseguida el sueño. Primero a mis hermanos, que se echaron a reír; luego a mi madre ya la abuela. Cada uno lo interpretaba a su manera. Mi hermano José decía: «Tú serás pastor de cabras, de ovejas o de otros animales». Mi madre: «Quién sabe si un día llegarás a ser sacerdote». Antonio, con tono seco: «Tal vez termines siendo capitán de bandoleros». Pero la abuela, que sabía mucho de teología aunque era completamente analfabeta, dio la sentencia definitiva, exclamando: «No hay que hacer caso de los sueños».

a010 Yo era del parecer de mi abuela, sin embargo nunca pude olvidar aquel sueño. Los hechos que expondré a continuación le confieren cierto sentido. Yo no hablé más del asunto, y mis parientes no le dieron más importancia. Pero cuando, en el año 1858, fui a Roma para tratar con el Papa de la Congregación Salesiana, me hizo narrarle con detalle todas las cosas que tuvieran algo de sobrenatural, aunque sólo fuera la apariencia. Conté entonces, por primera vez, el sueño tenido a la edad de nueve a diez años. El Papa me mandó que lo escribiera –al pie de la letra, pormenorizadamente-, y lo dejara para animar a los hijos de la Congregación, por la que había realizado ese viaje a Roma.

domingo, 30 de marzo de 2008

CONTEXTO SOCIAL Y RELIGIOSO DE TURÍN EN EL SIGLO XIX

1.- La persona de Don Bosco

“En los primeros días de la novena de la Natividad de María, Don Bosco vino a visitar a los hijos de los atacados por la fatal enfermedad[1] en el orfanato provisorio que estaba en el convento de los dominicos. Estábamos reunidos más de 100 niños de ambos sexos. Yo Pedro José Enría[2] puedo atestiguarlo porque soy todavía uno de aquellos afortunados que fueron ayudados por Don Bosco.

Ya hacía varios días que me encontraba con mis cuatro hermanos en aquel orfanato provisorio, esperando la triste noticia de la salud de nuestro padre, tal vez la muerte de nuestro padre, cuando la Providencia vino en nuestro auxilio.

Mientras todos los niños estábamos reunidos y ordenados en fila por un asistente, vimos venir a un sacerdote acompañado por el director del orfanato: aquel sacerdote sonreía, tenía un aire de bondad que se hacía amar sin decir palabra, pasando cerca de los niños a todos regalaba una sonrisa y luego le preguntaba con paterno amor el nombre, apellido y procedencia, si sabía las oraciones y el catecismo, si ya había tomado la comunión y si se habían confesado. Todos respondían con confianza y decían cómo se encontraban.

Pasó finalmente cerca mío y yo sentí latir fuertemente el corazón, no por temor, sino por un afecto y amor que sentía dentro de mí mismo. Sentía que habría amado siempre a aquel santo hombre; me preguntó el nombre y apellido, la procedencia y yo respondí con gran afecto: “me llamo Pedro Enría”. Luego me dijo: “¿Quieres venir conmigo? Seremos siempre buenos amigos hasta que estemos contentos en el Paraíso”. “¡Oh, sí señor, respondí, estoy contentísimo!” “Y estos que están cerca de ti, ¿son tus hermanos?” “Sí, señor”. “Bien, ellos también vendrán”. Le besé la mano con confianza y amor de hijo, nos saludó con amor de padre y pasó a otros y a todos hacía una caricia, un saludo lleno de bondad.

Y22600BEo lo acompañaba con la mirada y sentía en mi corazón un no sé qué y pensaba: cómo es bueno aquel sacerdote, cómo se hace amar antes todavía de conocerlo. Yo, sin embargo, no podía entender quién fuese aquel sacerdote porque nadie nos había dicho su nombre.

Algunos días después de dicha visita fuimos conducidos al Oratorio San Francisco de Sales, era el 6 de setiembre de 1854, día afortunado para mí.

¿Quién habría dicho que Don Bosco iba a buscar un desconocido joven, hijo de un tan pobre como honesto ciudadano, para que fuera un día aquel que debía asistirlo en todas sus enfermedades hasta que fuese al Paraíso a recibir el premio de su virtud?”[3]

2.- Contexto Político (s.XIX)

Tratado de Viena (1815)

Los vencedores de Napoleón (Austria, Rusia, Prusia, Inglaterra y agregados: Francia y Estos Pontificios, restablecen en sus tronos a los monarcas absolutistas; se organizan política y territorialmente.

En París se crea la Santa Alianza (Austria, Rusia y Prusia) para vigilar el cumplimiento con intervención armada si fuera necesario.

En la península itálica se crean 8 estados.

Restauración (1815-1830)

En toda Europa: restauración del absolutismo monárquico y los privilegios de la nobleza, el clero y el ejército. Es reacción a la etapa napoleónica de 25 años de dominio francés.

Se desconoce que las ideas de revolución ya están implantadas en intelectuales, profesionales, pequeños industriales, comerciantes y terratenientes…

En el Piamonte-Cerdeña la restauración es católica: absolutismo despótico, paternalista y confesional. Sin libertad de prensa, culto y conciencia. Los judíos son confinados en guetos. Las sectas (los Valdenses) no pueden hacer propaganda. La subversión es condenada con trabajos forzados y la horca. Quienes se oponen huyen o se integran a sociedades secretas.

Resurgimiento (1831-1848)

Movimiento europeo: revoluciones

En la península Itálica se da fermentación de nuevas ideas: independencia de Austria, los Borbones y Estados Pontificios, unidad italiana en vez de 8 estados, réqimen democrático con una constitución, parlamentos y elecciones.

2 movimientos:

La Joven Italia, con José Manzini (1805-1872): republicano y anticlerical

El Neogüelfismo inspirado por el P. Vicente Gioberti (1801-1852): federación de los estados italianos con la presidencia del Papa y el ejército piamontés.

Independencia y unidad (1849-1900)

Fracasados ambos movimientos, surgirá el liberalismo burgués, anticlerical y anticatólico: monarquía unitaria de Italia y como rey el del Piamonte.

Piamonte lucha contra los austriacos. Desde 1848-1849 es la primera guerra de independencia en la que es vencido. En la segunda guerra (1859) los austriacos son expulsados. Garibal, con la expedición “dei mille” (1860), conquista las Dos Sicilias (Nápoles) y adhiere al Reino de Italia.

En 1861, Camilo Benso de Cavour, presidente del Consejo de Ministros proclama el Reino de Italia con Víctor Manuel II como primer rey. El lema es: “Iglesia libre en un Estado libre”.

Los Estados Pontificios, por plebiscito sin consentimiento del Papa, adhieren al Reino de Italia. En 1870 Garibaldi conquista Roma y será capital del Reino de Italia.

  • El Estado desplaza a la Iglesia

La ley Siccardi, priva a la Iglesia del fuero (tribunales propios) y del derecho a asilo (1850).

Libertad religiosa: se inaugura el nuevo templo Valdense en Porta Nova (1853).

Supresión de órdenes religiosas, confiscación de bienes y supresión de las corporaciones religiosas; expulsión de los jesuitas (1855-1866).

Prescindencia de la enseñanza religiosa en la escuela (ley Bocompagni en 1848) y monopolio estatal de la enseñanza (ley Gabrio Casati en 1859). Prisión, multas y exilio a Obispos que se oponen; sedes episcopales vacantes por falta de asentimiento del Estado.

  • Contrapartida de la Iglesia hacia el Estado

La Santa Sede no reconoce la ocupación de los Estados Pontificios y Roma.

Pío IX excomulga a los responsables de la aprobación de las leyes de supresiones (1855). En 1874 prohíbe a los católicos intervenir en política en un estado usurpador. Se crea un problema de conciencia de los católicos: ser cristiano y ser ciudadano en un estado laico, cómo vivir la pasión por la unidad italiana y la fidelidad al Papa.

3.- Contexto Social (s.XIX)

La revolución industrial en Europa

- Inglaterra (1750-1800): transformación de la producción artesanal y manufacturera, a la máquina que es más precisa, más rápida, más fuerte, más especializada…

- 1769: James Watt patenta la máquina de vapor provocando una verdadera explosión en la industria y el transporte. Así en la industria textil lo que hacían 200 000 obreros, con la máquina lo realizan 750 personas.

- Se da una avalancha de campesinos sin trabajo a las ciudades.

- Surge la clase burguesa que es dueña del capital, la industria y el comercio.

- Es la máquina que manda:

o hasta 16 horas de trabajo

o libertad total pare contratar la mano de obra

o competencia de precios y sueldos miserables para abaratar costos

o antes la familia artesanal producía para vivir ahora la máquina para vender

o ningún derecho del operario: hombres, mujeres, niños…[4]

o hacinamiento, enfermedades, inmoralidad, disgregación familiar, alcoholismo…

Los gobiernos de Inglaterra, Francia, Bélgica y Alemania promulgan leyes que protegen a los obreros: reducción de horas de trabajo, derecho a asociarse….. En 1840 la Iglesia francesa realiza denuncias sobre el trabajo de los niños…. Surge la conciencia del proletariado (prole: niños), conscientes de su miseria y de su propio peso.

Surge el Socialismo: 1717 en Inglaterra; 1830 en Francia, Bélgica y Alemania socialismo católico.

En 1848 Carlos Marx publica el Manifiesto del Partido Comunista.

Además de la situación socio-económica hace presión la explosión demográfica: en 1800 Europa tiene 180 millones de habitantes, en 1850 serán 272 y en 1900 llega a 423 millones.

Contexto Italiano en 1860

La economía es agrícola: producción artesanal y manufacturera. Hay gran disparidad económica entre el norte y el sur. No tiene carbón ni hierro y los recursos agrícolas son insuficientes.

Del campo y la montaña llegan, sobre todo adolescentes y jóvenes.[5] Se da creciente pauperismo y mendicidad; 2/3 de la población no sabe leer ni escribir. Hay poca circulación de los productos.[6]

La Iglesia está ocupada con la problemática de la Restauración y los despojos de los Estados Pontificios.

  • En Turín, capital del Reino de Cerdeña

Se da una crisis socio-económica, efecto de las post guerra napoleónica, calamidades naturales (1850-52: epidemia en las viñas y pérdida de las cosechas del gusano de seda), escasez de recursos para trabajar el campo, carestía, hambre, epidemias (pelagra por efecto de la desnutrición; en 1854 el cólera), alta tasa de mortandad (25% el primer año y 44% hasta los 4 años).

1853: primer Congreso de las sociedades Obreras del Piamonte para atender sus necesidades, incrementar la instrucción de los obreros y fundación de un periódico propio.

1848-1870: pauperismo, crítico en la guerra de la independencia

1861-1865: brigantaggio (bandolerismo)

Habitantes:

  • Crecimiento inesperado de población:

- 1835: 117.000 habitantes

- 1852: 204.750 (78.000 artesanía e industria y 34.000 en fábricas de ropa, 6500 en alimentos y 2000 en instrumentos musicales)

- 1864: 218.000 habitantes

Niños trabajadores: 1844, en Piamonte, 7184 menos de 10 años

1886, ley que baja de 16 a14 horas de trabajo (20% entre 7 y 12 años)

- procedían de familias de medianeros o labradores

- desadaptados por su atraso cultural o por edad

- sometidos a humillaciones

- la iniciación catequística es familiar

- en meses muertos para la agricultura emigran: 37% de la población en 1848, 43% en 1858…

- se juntaban para pagarse el hospedaje y la comida.

  • Emigración al exterior: 1871 al 80, promedio de 98.000 al año

1880 al 90, 165.000 ( 40.000 a la Argentina)

1870: comienza la industrialización

zonas: Borgo Dora (textiles y confección de ropa)

Vanchiglia y Valdocco (industria del ejército: mecánica, siderurigia, carrocerías, 580 oberos)

Porta Nova (talleres de los ferrocarriles)

1875-76: nace el Movimiento Obrero

1876: asume el gobierno Agustín Depretis, la izquierda política: instrucción obligatoria, supresión de impuesto a la molienda (1869), alianza con Alemania y Austria para salir del aislamiento.

1880: nacimiento del Socialismo, marxista en 1882

1884: motor eléctrico (exposición industrial en Turín)

1887: ruptura con Francia, violenta crisis agraria, desocupación, protestas populares.

4.- Contexto educativo (sXIX)

En el marco de la Restauración

  • Legislación educativa:

“Cédulas reales” (1822-1848) que exigen escuelas aún en pequeños caceríos. Falla por falta de financiación. (en 1840 los 3/5 de la población del Piamonte carece de educación primaria)

La educación está manipulada políticamente, con carácter moral y religioso, antifrancesista. Toda la enseñanza está confiada al clero.

  • Política preventiva:

Represiva y proteccionista para preservación del orden social, jurídico y político-religioso dominante. El método es paternalista y asistencial o de recuperación e integración sociales: asilos, hospitales, albergues. (1845 correccional La Generala para las “cocche”: mafias de díscolos)…

Hay iniciativas privadas, más preocupadas por la persona y su educación.

Bajo el Resurgimiento

Se da un movimiento pedagógico fomentado por “El Educador Primario” y “El Educador” (1845-1848) que promueve una escuela popular, escuela de Método (Magisterio en 1841), ideas europeas…

Se da la pastoral oratoriana instaurada por el P. Juan Cocchi en 1840, en sintonía con los Oratorios lombardos, las Asociaciones festivas, los Hospicios y los Talleres de Ludovico Pavón, en Brescia (1912-1840). La tendencia es preventiva, anti represiva, con actitud educativa, catequística y de recreación. Don Bosco se incorpora a este movimiento.

En la época de la Unidad Italiana

Monopolio estatal de la educación, secularizado y anticlerical. La educación militar y la de los seminarios dependen del gobierno. La “religión” no forma parte de los programas de estudios oficiales.

En 1877: se reemplaza la religión por “Nociones de los deberes del hombre y del ciudadano”

Persisten dificultades económicas, profundas tensiones sociales: crisis agrarias, pauperismo, analfabetismo, desnutrición, alcoholismo, gérmenes socialistas y anárquicos.

  • dos tipos de preventividad

- Autodefensa represiva con los marginados, de tipo clasista.

- Prevención-promicional que apuesta al protagonismo del sujeto a través de la instrucción y formas asociadas y sindicales.

5.- Contexto religioso (s.XIX)

Papados

Época napoleónica: Pío VII

En 1808 Napoleón invade los Estados pontificios, ante la excomunión, toma prisionero durante 5 años al Papa Pío VII del que creció su prestigio espiritual por su fortaleza ante los atropellos.

Restauración: Pío VII, León XII y Pío VIII

La relación es más moderada con Pío VII, más rigurosa con León XII y Gregorio XVI: condenas de la libertad de prensa y conciencia, separación de la Iglesia y el Estado; surgen las sociedades secretas, el liberalismo. Toma auge la promoción de las misiones.

En 1825 León XII proclama un Jubileo centrado en esclarecer el servicio “pastoral” del Papa, los Obispos y Sacerdotes; también busca un mayor acercamiento a las necesidades espirituales de los cristianos.

Resurgimiento: Gregorio XVI y Pío IX

El Papa Gregorio XVI con la encíclica “Mirari vos”, en 1832, rompe todo intento de conciliación entre la Iglesia y el mundo moderno fruto de la revolución francesa. Es el Papa de las misiones: crea 70 nuevos Vicariatos apostólicos, defiende la libertad de los de raza negra, fomenta el clero indígena.

Independencia y unidad: Pío IX y León XIII

Píuo IX inicia cambios muy significativos: amnistía a los presos y exiliados políticos, moderada libertad de prensa, revisión del sistema penitenciario, formación de un Consejo de ministros, concede una Constitución, 3900 hebreos pueden vivir fuera de su gueto… Provoca entusiasmo entre los liberales y la amenaza de Austria que llega con su ejército hasta la frontera de los Estados Pontificios.

En 1848 se niega a hacer la guerra a Austria, reino cristiano que amenaza con separarse de la Iglesia. El Papa se afirma en que su misión es ser Pastor universal.

El Resurgimiento se vuelve anticlericalista y antipapista. Es asesinado su primer ministro Pellegrino Rossi y el Papa huye de Roma a Gaeta, queda 17 meses bajo la protección del Rey de Nápoles, luego Napoleón III.

En 1864 decreta el Syllabus: un catálogo de condenaciones de los errores de doctrina cristiana.

Su actitud será la de sospechar de toda innovación política, teológica, filosófica y moral. Llega al rechazo de avances técnicos. Todo terminará con la supresión de los Estados Pontificios con la caída de Roma y la voluntaria cautividad del Pontífice. La relación Iglesia-Estado se “normalizará” recién en1921 con los Pactos lateranenses.

Al mismo tiempo se da un florecimiento espiritual en la Iglesia: la declaración del dogma de la Inmaculada Concepción (1854); la Celebración del Concilio Vaticano I en 1869, interrumpido por la toma de Roma. Publica la constitución “De fide catolica” y define el dogma de la Infalibilidad pontificia. Se fundan muchas congregaciones con finalidades caritativas, asistenciales, educativas y misioneras. Más de 50 personas del Piamonte han sido canonizadas o están en proceso.

Con el Papa León XIII se da un acercamiento al mundo moderno y obrero. Publica las encíclicas “Rerum novarum” (1891) y “Inmortale Dei” (1895). Reconoce la legitimidad de la democracia y se pronuncia sobre los abusos del capitalismo.

Arzobispos de Turín

Restauración

Colombo Chiavarotti (1754-1832)

Es monje camaldulense, desarrolla una intensa acción pastoral.

La universidad de Turín es de una línea teológica rigorista. En otra línea, en 1818 el P. Luis Guala funda el Convitto Eclesiástico para la iniciación en la práctica pastoral de los noveles sacerdotes. En las clases de teología moral se da relieve a la misericordia de Dios, la confianza en el Hombre y la comprensión de sus limitaciones y debilidades; se inspiran en San Alfonso Ma. de Ligorio.

En 1829 Mons. Chiaverotti funda los seminarios de Turín, Bra y Chieri. En el de Chieri (1829-1849) busca un ambiente conventual, que preserve de los “peligros” de la turbulencia antiabsolutista de los demócratas, de los rigoristas de la Universad y de los benignistas que siguen a San Alfonso. Responde a la urgente necesidad de reforma del clero luego del gravísimo deterioro intelectual, humano y espiritual bajo el régimen napoleónico. Se dan abusivas intervenciones del Estado en el nombramiento de los Obispos, servilismo con el poder público dada la tenencia de los bienes eclesiásticos. Había clara desorientación moral y pastoral, necesidad de sanación disciplinar, que volviera la solidez formativa, la dignidad presbiteral y la eficacia apostólica.

En 1832, Antonio Rosmini escribe “Las cinco llagas de la Santa Iglesia”, donde dice que sobraban los curas ignorantes.

Resurgimiento

Luis Fransoni (1789-1862)

Se dedica al cuidado del clero.

En 1848 surgen las manifestaciones políticas de los seminaristas; el seminario se cerrará hasta 1863. Los clérigos están influenciados por ideas racionalistas y la pasión política. La crisis del seminario y la supresión de las órdenes religiosas reduce notablemente el clero y sufre mucho la imagen de la vida religiosa y clerical; de 350 seminaristas quedan 17. A Turín llega clero de toda condición en busca de trabajo y acceso a la carrera clerical y universitaria.

En 1854 el edificio del seminario será cuartel y almacén de alimentos y armamento.

Mons. Fransoni se opone a las leyes liberales, prohibe a los eclesiásticos demostraciones políticas. Se niega a aceptar las leyes que lesionan los derechos de la iglesia. Es apresado y desterrado.

Desde 1850 al 62 gobierna la diócesis desde Lyon, donde muere.

Independencia y unidad

Sede vacante (1862-67)

Alejandro Riccardi Di Nieto (1808-1870)

Su característica fue la bondad, hombre de la corte del Rey Carlos Alberto.

En la segunda mitad del siglo XIX la mayoría de los seminaristas son de clase media y proletarios.

En 1859 los seminarios, en general, se debaten en situaciones económicas muy precarias.

Lorenzo Gastaldi (1815-1883)

Se hace cargo de la diócesis en 1871.

En 1878 la crisis vocacional había afectado grandemente al Piamonte.

En 1873 se exige que para asistir a la facultad de teología de la Universidad se viviera en el seminario de Turín, antes también había seminaristas externos. Este año el estado suprime la Cátedra de teología y el Obispo debe crear su propia facultad en el seminario.

Se busca impulsar pastores de almas capaces de detectar el espíritu racionalista moderno y combatirlo. Es un clero que no baja a compromisos concretos pastorales, ni se atreve a una oportuna y sana dialéctica en el campo ideológico.

Los párrocos de sectores populares del campo o la ciudad son un testimonio humilde y sacrificado, impulsan una visión religiosa serena y convencida, de catequesis sacramental, atención a los enfermos, solidaridad con los problemas cotidianos de la gente, de los emigrantes, de las deficiencias sanitarias.

Cayetano Alimonda (1818-1891)

Famoso por sus dotes oratorias y sus libros en defensa de la Iglesia, bondadoso y equilibrado.


[1] Epidemia de cólera en Turín

[2] Nacido el 20 de junio de 1841 en S.Benigno Canavese. Huérfano de madre a los 7 años junto a dos hermanos menores. En 1852 emigra a Turín con su familia, trabaja con su padre y un hermano en una textil. En 1854 la epidemia del cólera contagia a su tío, que muere, y también su padre; él y sus cuatro hermanos son llevados a un orfanato.

[3] STELLA PIETRO, “Don Bosco nella storia economica e sociale” p. 494-506, AS 110, Sezione XII, Enria, autogr.

[4] “Yo debo estar en ese agujero sin luz y tengo miedo. Entro a las cuatro o, algunas veces, a las tres y media de la madrugada, y salgo por la tarde, a las cinco y media. Nunca voy a dormir. Alguna vez canto, cuando hay luz, pero cuando está oscuro tengo miedo de cantar”. (niña que trabaja en una mina). BERTRAND RUSSEL, Historia de las ideas del siglo XIX, Mondadori, Milano 1961, p. 109-112)

[5] En Lombardía, por ejemplo, trabajan 15.000 niños entre los años 1817-1847.

[6] Italia tiene en 1858: 935 Kms. de tren mientras que Inglaterra tiene 17.000 y Francia 9000 kms.

TRABAJO PRÁCTICO

1. Leyendo el punto 1, remarca las características personales de Don Bosco que destaca Pedro Enría al conocerlo.

2. ¿Cuáles son las causas políticas que llevan al siglo XIX turinés a transformarse en un polvorín siempre a punto de estallar?

3. ¿Qué paple jugó la Iglesia como institución en este período?

4. ¿Qué cifras se arrojan, en términos generales, al hablar de la difícil situación social que se vivía entonces?

5. Describe con precisión lo que se vivía en el ámbito educativo de este tiempo.

jueves, 20 de marzo de 2008

DON BOSCO - (9)

DON BOSCO Y DOMINGO SAVIO - (8B)

DON BOSCO - (8)

DON BOSCO - (7)

DON BOSCO - (6)

DON BOSCO - (5)

DON BOSCO - (4)

DON BOSCO - (3)

DON BOSCO - (2)

DON BOSCO - (1)

FELIZ PASCUA DE RESURRECCIÓN PARA TODOS

martes, 18 de marzo de 2008

DON BOSCO DON PARA LA IGLESIA, EL MENSAJE DEL PAPA AL CAPÍTULO GENERAL 26º

Al Reverendísimo Señor
Don PASCUAL CHÁVEZ VILLANUEVA
Rector Mayor de los Salesianos de Don Bosco

1. Me es particularmente grato hacer llegar mi cordial saludo a Usted y a los participantes en el XXVI Capítulo General, que constituye un momento de gracia en la vida de esta Congregación presente en todos los continentes. En él están llamadas a confrontarse la riqueza y la diversidad de las experiencias, de las culturas, de las esperanzas de los Salesianos, comprometidos en múltiples actividades apostólicas y deseosos de hacer cada vez más eficaz su servicio en la Iglesia. El carisma de Don Bosco es un don del Espíritu para todo el Pueblo de Dios, pero sólo en la escucha dócil y en la disponibilidad a la acción divina es posible interpretarlo y hacerlo actual y fecundo, incluso en este nuestro tiempo. El Espíritu Santo, que en Pentecostés descendió con abundancia sobre la Iglesia naciente, continúa como viento soplando donde quiere, come fuego para derretir el hielo del egoísmo, como agua para regar lo que es árido. Derramando sobre los Capitulares la abundancia de sus dones, Él llegará al corazón de los Hermanos, los hará arder en su amor, los inflamará en deseos de santidad, los impulsará a abrirse a la conversión y los reforzará en su audacia apostólica.771

2. Los hijos de Don Bosco pertenecen al denso ejército de  aquellos discípulos que Cristo ha consagrado para sí por medio de su Espíritu con un especial acto de amor. Él se los ha reservado para sí; por esto, la primacía de Dios y de su iniciativa debe resplandecer en su testimonio. Cuando se renuncia a todo para seguir al Señor, cuando se le da lo que se tiene de más querido afrontando todo sacrificio, entonces no debe sorprender si, como sucedió con el divino Maestro, se llega a ser “signo de contradicción”, porque el modo de pensar y de vivir de la persona consagrada acaba por encontrarse con frecuencia en contraste con la lógica del mundo. En realidad, esto es motivo de consuelo porque testimonia que su estilo de vida es alternativo respecto de la cultura del tiempo y puede desarrollar en ella una función de algún modo profética. Pero es necesario, a este fin, vigilar sobre los posibles influjos del secularismo para defenderse y poder así proseguir en el camino emprendido con determinación, superando un “modelo liberal” de Vida consagrada y viviendo una existencia centrada por completo en la primacía del amor de Dios y del prójimo.

3. El tema escogido para este Capítulo General es el mismo programa de vida espiritual y apostólica que hizo suyo Don Bosco: “Da mihi animas, cetera tolle”. En él está contenida toda la personalidad del gran Santo: una profunda espiritualidad, la habilidad creativa, el dinamismo apostólico, la laboriosidad incansable, la audacia pastoral y, sobre todo, su consagración sin reservas a Dios y a los jóvenes. Él fue un santo de una sola pasión: “la gloria de Dios y la salvación de las almas”. Es de vital importancia que todo salesiano se inspire continuamente en Don Bosco: lo conozca, lo estudie, lo ame, lo imite, lo invoque, haga propia su misma pasión apostólica, que brota del corazón de Cristo. Tal pasión es capacidad de darse, de apasionarse por las almas, de sufrir por amor, de aceptar con serenidad y alegría las exigencias cotidianas y las renuncias de la vida apostólica. El lema “Da mihi animas, cetera tolle” expresa en síntesis la mística y la ascética del salesiano. No puede haber una mística ardiente sin una robusta ascesis que la sostenga y, viceversa, nadie está dispuesto a pagar un precio alto y exigente, si no ha descubierto un tesoro atrayente e inestimable. En un tiempo de fragmentación y de fragilidad como es el nuestro, es necesario superar la dispersión del activismo y cultivar la unidad de la vida espiritual por medio de la adquisición de una profunda mística y de una sólida ascética. Esto alimenta el compromiso apostólico y es garantía de eficacia pastoral. En esto debe consistir el camino de santidad de todo Salesiano, en esto debe concentrarse la formación de las nuevas vocaciones para la vida consagrada salesiana. La lectio divina y la Eucaristía, vividas diariamente, son luz y fuerza de la vida espiritual del salesiano consagrado. Él debe alimentar su jornada escuchando y meditando la Palabra de Dios, ayudando también a los jóvenes y a los fieles seglares a valorizarla en su vida cotidiana y esforzándose luego para traducir en testimonio cuanto la Palabra indica. “La Eucaristía nos adentra en el acto oblativo de Jesús. No recibimos solamente de modo pasivo el Logos encarnado, sino que nos implicamos en la dinámica de su entrega” (Enc. Deus caritas est, 13). Llevar una vida sencilla, pobre, esencial y austera: esto ayudará a los Salesianos a robustecer su respuesta vocacional, frente a los desafíos y a las amenazas de la mediocridad y del aburguesamiento, esto los llevará a estar más cerca de los necesitados y de los marginados.

4. Siguiendo el ejemplo de su amado Fundador, los Salesianos deben abrasarse en la pasión apostólica. La Iglesia universal y las Iglesias particulares en que están insertos esperan de ellos una presencia caracterizada por un impulso pastoral y por un celo evangelizador audaz. Las Exhortaciones apostólicas post-sinodales que se refieren a la evangelización en los diversos continentes, podrán servirles de estímulo y de orientación para realizar en los diversos contextos una evangelización inculturada. La reciente Nota doctrinal sobre algunos aspectos de la evangelización puede ayudarlos a profundizar cómo comunicar a todos, especialmente a los jóvenes más pobres, la riqueza de los dones del Evangelio. La evangelización sea la principal y prioritaria frontera de su misión hoy. Ella presenta compromisos múltiples, desafíos urgentes, campos de acción amplios, pero su objetivo fundamental está en proponer a todos vivir la existencia humana como la ha vivido Jesús. En las situaciones plurirreligiosas y en las secularizadas es preciso encontrar caminos inéditos para hacer conocer, especialmente a los jóvenes, la figura de Jesús, para que sientan su perenne fascinación. Por tanto, debe ser central en su acción apostólica el anuncio de Jesucristo y de su Evangelio, juntamente con la llamada a la conversión, a la acogida de la fe y a la inserción en la Iglesia; de aquí nacen luego los caminos de fe y de catequesis, la vida litúrgica, el testimonio de la caridad activa. Su carisma los pone en la situación privilegiada de poder valorizar la aportación de la educación en el campo de la evangelización de los jóvenes. En efecto, sin educación no hay evangelización duradera y profunda, no hay crecimiento y maduración, no se da cambio de mentalidad y de cultura. Los jóvenes nutren deseos profundos de vida plena, de amor auténtico, de libertad constructiva; pero con frecuencia, por desgracia, sus esperanzas se ven traicionadas y no llegan a realizarse. Es indispensable ayudar a los jóvenes a valorizar los recursos que llevan dentro como dinamismo y deseo positivo; ponerlos en contacto con propuestas ricas de humanidad y de valores evangélicos; estimularlos a insertarse en la sociedad como parte activa por medio del trabajo, la participación y el compromiso por el bien común. Esto requiere en quien los guía ensanchar los ámbitos del compromiso educativo con atención a las nuevas pobrezas juveniles, a la educación superior, a la inmigración; requiere, además, prestar atención a la familia y a su implicación. Sobre este aspecto tan importante me he detenido en la Carta sobre la urgencia educativa, que he dirigido recientemente a los fieles de Roma, y que ahora idealmente entrego a todos los Salesianos.

5. Desde su origen, la Congregación salesiana se ha comprometido en la evangelización en diversas partes del mundo: desde la 22600MPatagonia y América Latina, al Asia y a Oceanía, al África y Madagascar. En un momento en que en Europa las vocaciones disminuyen y los desafíos de la evangelización aumentan, la Congregación salesiana debe estar atenta a reforzar la propuesta cristiana, la presencia de la Iglesia y el carisma de Don Bosco en este continente. Como Europa ha sido generosa mandando misioneros a todo el mundo, así ahora toda la Congregación, apelando especialmente a las Regiones ricas de vocaciones, debe estar dispuesta a este respecto. Para prolongar en el tiempo la misión entre los jóvenes, el Espíritu Santo ha guiado a Don Bosco a dar vida a diversas fuerzas apostólicas animadas por el mismo espíritu y unidas por el mismo compromiso. En efecto, los deberes de la evangelización y de la educación requieren numerosas aportaciones, que sepan obrar en sinergia; para esto los Salesianos han implicado en esta obra a numerosos seglares, a las familias y a los mismos jóvenes, suscitando entre ellos vocaciones apostólicas que mantengan vivo y fecundo el carisma de Don Bosco. Es preciso proponer a estos jóvenes la fascinación de la vida consagrada, la radicalidad del seguimiento de Cristo obediente, pobre y casto, la primacía de Dios y del Espíritu, la vida fraterna en comunidad, el consumirse totalmente por la misión.  Los jóvenes son sensibles a propuestas de compromiso exigente, pero tienen necesidad  de testimonios y guías que sepan acompañarlos en el descubrimiento y en la acogida de dicho don. En este contexto sé que la Congregación está dedicando especial atención a la vocación del salesiano coadjutor, sin la cual perdería la fisonomía que Don Bosco quiso darle. Ciertamente, es una vocación no fácil de discernir y de acoger; brota más fácilmente donde se promueven entre los jóvenes las vocaciones laicales apostólicas y se les ofrece un gozoso y entusiasta testimonio de la consagración religiosa. El ejemplo y la intercesión del Beato Artémides Zatti y de otros venerables hermanos coadjutores, que han gastado su existencia por el Reino de Dios, obtengan también hoy a la Familia Salesiana el don de tales vocaciones.

6. Aprovecho con gusto esta ocasión para dirigir un agradecimiento particular a la Congregación salesiana por el trabajo de investigación y de formación que desarrolla en la Universidad Pontificia Salesiana, donde se han formado y han sido profesores algunos de mis actuales colaboradores más próximos y estimados. Dicha Universidad tiene una identidad que proviene del carisma de Don Bosco y ofrece a toda la Iglesia una aportación original y específica. Única entre las Universidades Pontificias, tiene una Facultad de Ciencias de la Educación y un Departamento de Pastoral Juvenil y Catequética, sostenidos por las aportaciones de otras Facultades. En vista de un estudio que se sirva de la diversidad de las culturas y esté atento a la multiplicidad de los contextos, es deseable que se incremente en ella la presencia de profesores provenientes de toda la Congregación. En la emergencia educativa que existe en numerosas partes del mundo, la Iglesia tiene necesidad de la aportación de estudiosos que profundicen la metodología de los procesos pedagógicos y formativos, la evangelización de los jóvenes, su educación moral, elaborando juntos respuestas a los desafíos de la postmodernidad, de la interculturalidad y de la comunicación social y tratando, al mismo tiempo, de ayudar a las familias. El sistema preventivo de Don Bosco y la tradición educativa salesiana impulsarán seguramente a la Congregación a proponer una pedagogía cristiana actual, inspirada en el carisma específico que le es propio. La educación constituye uno de los puntos nodales de la cuestión antropológica actual, para cuya solución la Universidad Pontificia Salesiana no dejará, estoy seguro, de ofrecer una preciosa aportación.

7. Señor Rector Mayor, la misión que se ofrece a la Congregación Salesiana es ardua, pero también sublime: en efecto, cada miembro de vuestra gran Familia religiosa está llamado a hacer presente a Don Bosco entre los jóvenes de nuestro tiempo. En el año 2015 celebraréis el bicentenario de su nacimiento y con las opciones que tomaréis en este Capítulo General, vosotros comenzáis ya la preparación de las celebraciones de tan importante evento jubilar. Esto os sirva de estímulo para ser cada vez más “signos creíbles del amor de Dios a los jóvenes” y para hacer que los jóvenes sean de verdad esperanza de la Iglesia y de la sociedad. La Virgen María, que Don  Bosco os ha enseñado a invocar como Madre de la Iglesia y Auxiliadora de los cristianos, os sostenga en vuestros propósitos. “Ella lo ha hecho todo”, repetía Don Bosco al término de su vida, refiriéndose a María. Por tanto, Ella seguirá siendo vuestra guía y vuestra maestra. Os ayudará a comunicar el “carisma de Don Bosco”. Será para vuestra Congregación y para toda la Familia salesiana, para los educadores y, sobre todo, para los jóvenes, Madre y Estrella de la esperanza. Al ofrecer a vuestra atención estas mis reflexiones, os renuevo la expresión de mi gratitud por el servicio que hacéis a la Iglesia y, mientras os aseguro mi constante oración, imparto a Usted, Rector Mayor, a los participantes en la Asamblea capitular y a toda la Familia salesiana  una especial Bendición Apostólica.

Desde el Vaticano, 1 de marzo de 2008

miércoles, 5 de marzo de 2008

SOBRE EL ORÍGEN DEL ORATORIO SALESIANO

EL ORATORIO DE DON BOSCO y LOS ORATORIOS LOMBARDOS[1]

DSC00204¿Qué relación tiene el Oratorio de Don Bosco con los Oratorios Lombardos, que vienen del siglo XVII?

* Luis Grivelli y Joaquín Barzaghi, han tratado precisamente de relevar la cercanía de Don Bosco a la mentalidad y a las instituciones "oratorianas" de Milán, que él personalmente visitó en el Jubileo Universal de 1850,[2] cuando estabilizaba y daba mayor organización a la compleja obra educativa que se había asentado establemente en Valdocco cuatro años antes.[3]

Más, aún, según Juan Bautista Lemoyne, ya había enviado Don Bosco a finales del año anterior al sacerdote Pedro Ponte a observar en Brescia y en la capital lombarda las instituciones de educación popular más afines con su obra educativa, a fin de conocer mejor el sistema educativo que había sido aplicado con éxito en la pastoral juvenil ambrosiana y tener otras fuentes de consulta para la elaboración de los Reglamentos de sus Oratorios y de la Casa Anexa. [4]

Don Bosco, haciendo memoria en 1877 de aquel proyecto, escribía en el primer número del “Bibliófilo Católico” que el reglamento de sus Oratorios no era otra cosa que “un acopio de observaciones, de normas y de máximas que varios años de experiencia y de estudio (1841-1855) le habían sugerido”. Para eso “se habían visitado colegios, institutos, penitenciarías, asilos de caridad y de mendicidad; y se habían hecho consultas con los más acreditados educadores. Todo lo que pareció útil, fue recopilado. Una vez ordenado ese material, dio como resultado el breve reglamento que desde hace 25 años rige en los oratorios festivos y en las escuelas dominicales y diarias ubicados en las barriadas de Turín”.[5]

Efectivamente, en el Oratorio de San Luis de la capital lombarda, y en contacto con sacerdotes como el “Siervo de Dios Biaggio Verri” (1819-1884) y Salvador Allievi, no sólo vivió el clima educativo y pastoral de esta institución que funcionaba con una ejemplar organización y con tres centenares de muchachos, sino que les predicó una tanda de ejercicios espirituales.

“Decir San Carlos y San Luis, significa referirse a lo mejor que hubo en oratorios del ochocientos, desde todo punto de vista”, dice Barzaghi estudiando las instituciones “milanesas”. (Gioachino Barzaghi,“Alle radici...”, o.c,113).

El Reglamento del Oratorio de S. Luis, era más o menos el mismo del Oratorio de S. Carlos. El ejemplar que se halla en el Archivo Central Salesiano (ACS, n.029), tiene 198 páginas. Ambos tenían adjunto un “Manualetto del Buon Maestro”, que los complementa, a manera de Directorio.

DSC00140 El Oratorio de S. Carlos de Milán nació en la parroquia de S. Bibiana, por iniciativa de un laico llamado José Figino, barbero, que en el mismo local de su trabajo comenzó la obra catequística con un grupo de muchachos. Después de muchas peripecias y gracias a la ayuda del canónigo Carlos Riva Palazzi, se ubicó para reuniones y recreos en el sector de “Porta Torta”, en una propiedad del mismo sacerdote, y de allí se desplazaban todos sus integrantes a las funciones religiosas en la Iglesia de S.Vito, en Pasquirolo, de la que éste era capellán. Esto ocurría el 17 de abril de 1800. El Oratorio fue dedicado a la Niña Santa María. Figino, un laico que había deseado alguna vez ser sacerdote, había nacido el 23 de enero de 1774, y moría el 19 de julio de 1802, a 55 años de edad. Su ideal, logrado plenamente había sido crear un Oratorio en el mismo “ambiente natural de los jóvenes”, que eran las calles y las plazas de la ciudad. En 1804 el Oratorio consolidó su organización y tuvo sus propios locales y capilla. Cuando Don Bosco visitó a Milán, Mons. Bernardo Burocco era su director.

Por su parte, El Oratorio de S. Luis recorre tres fases organizativas: la primera, del 1842 al 1863, es la que nos interesa. El promotor fue el Sacerdote Salvador Allievi, quien se inspiró en el Oratorio de S. Carlos. La iniciativa surgió como una necesidad, para atender a los jóvenes pobres. Necesidad muy sentida por la parroquia de S. Simpliciano que tenía más de 14.000 habitantes; y esto no obstante que en la cercana parroquia del Carmen funcionaba ya uno que, sin embargo no daba a basto para albergar el creciente número de destinatarios. El 19 de mayo de 1842 se puso la primera piedra en un local de la calle de Sta. Cristina. Serafín Allievi acaba de cumplir los 21 años; le colaboraba el sacerdote Sac. Biaggio Verri (1819-1884), hoy “siervo de Dios” y un grupo de “laicos comprometidos, llamados por entonces:“cooperadores ocasionales”. Terminada la construcción, el Oratorio se inauguró el 12 de mayo de 1844. La edificación fue costeada por el Conde Santiago Mellerio y el respaldo moral y benefactor de la “Amicizia Cristiana”. Esta organización dedicada a la renovación espiritual del laicado y del clero, había sido fundada por el P. Nicolás Diessebach, ex-jesuíta suizo, en 1773, y se difundió rápidamente en Francia, Piamonte y Lombardía.[6]

Agrega Lemoyne que D. Bosco estudio “atentamente” estos Reglamentos aunque tenían otra finalidad y método que los suyos de Turín. [7]

En vano el biógrafo, con esta última frase, quería salvar, tal vez con ánimo algo apologético, la “absoluta” originalidad del Oratorio de don Bosco. En forma análoga, pero más explícita y enfática se expresará más tarde (1938) Eugenio Ceria en “S. Juan Bosco, en su vida y en su obra”. Esta es la frase textual: “Quien conozca a Don Bosco, no titubea en asegurar que él no mendigó su método a extraños ni tampoco se imaginó uno completamente propio. Los puntos de contacto con los de sus predecesores se reducen a meras coincidencias”. [8]

DSC00219 Hoy, ciertamente, esta última afirmación es insostenible. Por el contrario, el Oratorio milanés de S. Luis guardaba grandes analogías con los de Don Bosco, entre otros aspectos por el mismo espíritu “preventivo” que lo animaba, por las relaciones afectivas profundas y altamente tonificantes, por el clima de familia, y elementos educativos nacidos de las necesidades expresivas de los educandos y la espontánea creatividad pedagógica del ambiente juvenil, libre y alegre que se respiraba. La “recreación’’, la “música” y el “canto”, “el teatro”, la serie de celebraciones festivas que jalonaban el calendario pastoral, recordando acontecimientos y nombres significativos a los jóvenes, son algunos de estos valores. Y también hay otras categorías pedagógicas comunes del quehacer formativo: “la racionalidad” de los métodos y de los procesos de crecimiento, la complementación de los valores educativos y pastorales, y de los agentes laicos y eclesiásticos que compartían las responsabilidades organizativas y animadoras.

Además, desde el punto de vista formal Barzaghi demuestra suficientemente las “concordancias”, “correcciones y variables”, que se pueden estudiar entre los Reglamentos del Oratorio de S. Luis de Milán y el que Don Bosco confeccionó hacia el 1847, publicó en 1852 y reeditó ya revisado definitivamente en 1877, según Lemoyne. Pero, así mismo, puede concluir, que el “eclecticismo práctico y teórico de los Reglamentos no le impidió a Don Bosco ni la creatividad, ni la capacidad de asimilación” de formas y contenidos, de suerte que, también él puede constatar que, “la verdadera novedad en el Oratorio de S. Francisco de Sales, era una persona, Don Bosco: “un artista de la educación” maravillosamente dotado para concebir “un tipo universal de Oratorio”, que se ha vuelto “patrimonio común” en la Iglesia.[9]

La palabra “universal” puede dar pie a una breve reflexión, porque para Don Bosco el Oratorio no es una estructura cerrada entre los límites de un determinado reglamento, sino un servicio múltiple, adecuado a los jóvenes más pobres y abandonados, y capaz de responder a sus múltiples instancias y necesidades en un determinado ambiente histórico - cultural. Ante todo es una búsqueda de los jóvenes en sus mismas situaciones y condiciones de vida, como lo hizo él mismo. El Oratorio era él cuando recorría las calles y las plazas y entraba en los tugurios marginales, o iba a las cárceles. Éstas, mientras él estaba en ellas y mientras su corazón quedaba vibrando en el corazón de esos pequeños delincuentes urbanos, eran Oratorio. Era él y eran ellos, su tropel de muchachos, por las colinas del Monferrato en los paseos otoñales. Todo lo que de población en población él con ellos hacía, era Oratorio.

DSC00167 Oratorio era el espacio que él adquirió para ellos, como un medio de expresión espontánea y de vida, adecuado a las condiciones de su desarrollo natural y de su experiencia cristiana. Ayer y hoy eso es Oratorio. Un ambiente que adquiera categoría parroquial, como punto de referencia en el itinerario de la vida de fe de los jóvenes, capaz de involucrar en esta tarea el entorno familiar, social y pastoral de residencia. Un ambiente que tiene recursos pedagógicos capaces de responder a sus requerimientos de crecimiento humano integral, y a su búsqueda de capacitación para el trabajo: escuela, taller, ejercicio profesional y protagonismo ciudadano. Un ámbito relacional y comprometedor para el muchacho, en el cual encuentra a sus compañeros, halla posibilidades de libre socialización de sus situaciones y sus dones, y posibilidades de entrenamiento relacional para los desafíos de la convivencia social. Es su “casa” de acogida, con un marcado estilo de familia, capaz de evocarle vital y estimulantemente su ambiente de procedencia, o de suplirle las carencias emocionales de la infanca. Es un estilo de “polis pedagógica” en donde se refleja de manera formativa el medio cultural en el que el joven se halla inmerso, y en donde se entrena para ejercer progresivamente significativas responsabilidades familiares, religiosas, eclesiales, sociales y políticas.

De hecho los Oratorios de Don Bosco se fueron convirtiendo en sitio de convergencia social, y de diversas maneras de colaboración y de compromiso pedagógico y pastoral. Era un flujo y reflujo de personas de diversa condición social y religiosa lo que se veía en torno al Oratorio: seglares de diversa condición, maestros de taller, pequeños artesanos o caballeros y damas de la nobleza; docentes, catequistas, madres de familia; sacerdotes, educadores de renombre, profesionales y políticos. Don Bosco había logrado hacer de ellos lo que las escuelas de la Doctrina Cristiana y el movimiento pastoral ambrosiano en Milán.

A este respecto es muy expresivo el mensaje escrito en 1983 por el Cardenal Carlos María Martini, S.J. a sus diocesanos: “Sueño un mundo de muchachos, de adolescentes, de jóvenes en camino hacia esos sitios que la tradición pastoral de nuestra diócesis ha consagrado y dispuesto para la educación cristiana de la juventud: hacia los Oratorios. Hoy pienso y veo a la entrada de nuestros Oratorios parroquiales sacerdotes, religiosas, padres de familia, educadores dispuestos a acoger a nuestros hermanos más jóvenes, para hacer de los Oratorios un lugar de acogida y de fraternidad, al estilo de nuestras casas de familia”. [10]10

Pero el sueño y la realidad creada por Don Bosco con sus muchachos rebasa el sentido de estas palabras. Porque la dinámica oratoriana para él no se limita a una estructura parroquial, aunque pueda en algún caso ser así; sino a una movimiento y un sistema de acciones y de medios, autónomos, que tienen la potencialidad de ser en sí mismos una experiencia pastoral con las características eclesiales, tan variables y capaces de originalidad, de una parroquia rural, o urbana; de tipo personal. Una parroquia para esa caracteriología sicológica, social y moral, de muchachos que hoy llamamos más bien “empobrecidos, marginados y excluidos” y en el tiempo de Don Bosco: “en situaciones difíciles”, “abandonados”,”pobres”, y, por tanto “en peligro” y, potencialmente, “peligrosos” para el entorno social. Es para ellos que Don Bosco imagina y programa concretamente, una proyecto que puede traducirse en las más variadas iniciativas con el fin de hacer todo el bien posible a los jóvenes. [11]

Ceria había afirmado, en el citado capítulo, de su biografía de Don Bosco, que “así como algunos nacen para ser poetas y otros, para viajar, don Bosco había nacido para ser sacerdote y educador”. Estaba hecho para eso, sus aptitudes naturales, su intuición sicológica, su trato con los jóvenes, la experiencia, las circunstancias, su conciencia “cristiana”, habían dado como fruto un tipo de pedagogía preventiva de la que el mismo don Bosco era consciente se integraba creativamente, en una tradición educativa inspirada en el Evangelio, que ya era en sus características esencial propia de la Iglesia.[12]

DSC00169 Pero, a más de esto que con su sintonía en muchos aspectos a la pedagogía oratoriana lombarda, entraba en esa grande corriente de renovación pastoral a cuyo origen estaban Carlos y Federico Borromeo, ambos arzobispo de Milán (1564 - 1584; 1595 -1630). Corriente pastoral y catequística que al mismo tiempo que había purificado a la Iglesia de las escorias del humanismo renacentista, y suscitado “la mejor síntesis de la reforma tridentina”, había influido definitivamente en una nueva mentalidad eclesial que movilizando sacerdotes, religiosos y laicos, había llegado a saturar de valores cristianos a las mismas masas populares, y tenían en la acción pedagógica y evangelizadora de los jóvenes un punto de referencia prioritario. [13]13

Efectivamente “obispos forasteros, venidos de lejanas provincias”, seglares de diversa condición social, llegaron a Milán, para conocer y para inspirarse allí para orientar sus iniciativas y esfuerzos de cambio y/o actualización pastoral. Aquel impulso continuó después de la muerte de sus gestores, y en el 800 continuaba produciendo nuevos frutos ante las nuevas oportunidades que los nuevos retos histórico-culturales hacían a la Iglesia. “Milán seguía a la vanguardia” también en las circunstancias eclesiales del 1800. Es, pues, en esta misma perspectiva histórica en la que hay que estudiar el significado del viaje de don Bosco a la Capital Lombarda. O sea, en un caminar con la Iglesia, sin aislarse de las experiencias pastorales que puedan ayudarle a acertar en sus respuestas a los jóvenes.

Don Bosco sabe que siempre él puede aprender algo nuevo. Se lo están enseñando los mismos jóvenes que tiene todos los días delante sus ojos, y se lo pueden enseñar los jóvenes milaneses y sus catequistas y educadores de mitad del siglo XIX.

En verdad la pedagogía de Don Bosco, será, en cierto sentido y sin reducirla a esta afirmación, él mismo en su manera de concebir y realizar las cosas, y esta va a ser en último término la clave de su originalidad. Así como toda persona es irrepetible y única, a pesar de las circunstancias condicionantes del ambiente, en él esa manera de ser tan “personal”, especifica todo lo que piensa y lo que hace. Su arte pedagógica queda así marcada por su experiencia vital, por sus intuiciones, por sus hallazgos, por esa manera de adivinar la respuesta proporcionada, oportuna y precisa, y en eso esencialmente se distingue de todo otro educador y todo otro pedagogo; y esto, a tal punto, que no hay mejor intérprete de su espíritu y de su praxis educativa que él mismo, cuyo estilo depende de la convergencia de las múltiples maneras de ver la realidad de sus educandos, de “la constante interrelación de su acción con los escritos en que relata las experiencias de su vida personal e institucional”, y de las “cambiantes circunstancias del contexto histórico dentro del que esa compleja realidad se ubica y desarrolla, siempre en un esfuerzo por adaptar sus esquemas mentales a las circunstancias”.

En ese esfuerzo y en el intento por transmitir sus ideas y su arte educativos, Don Bosco, se trasciende a sí mismo en su Sistema y en su Oratorio, como un todo relativamente suyo, que viene a ser el resultado de su singular síntesis de experiencias, de pensamiento, de su sabiduría catequética y de su arte pedagógica. Pero una síntesis que por ir a lo esencial, a lo que no puede faltar hoy o mañana en la vida de un joven, en su manera de ser ese hombre en camino de liberación y de crecimiento; ese cristiano de ese momento, y ser ese ciudadano cristiano en esa coyuntura espacio temporal, es siempre una síntesis válida que sólo necesita quien sepa encontrarla y llevarla a cabo en su tarea evangelizadora y educativa, como lo hizo Don Bosco.

DSC00293 Entonces el Oratorio como el Sistema que él vive con esos jóvenes, siempre en circunstancias análogas a las de los días en que todo comenzó a ser suyo y de ellos y para ellos, adquiere una típica universalidad. Así en la Milán del 1850 mientras estuvo él y en donde estuvo él, mientras habló y dialogó con aquellos jóvenes, mientras supo escucharlos y responderles, él hizo suyo el Oratorio que encontró y el Oratorio enriquecido que se llevó de nuevo a Turín al regresar con la letra y el espíritu de los Oratorios lombardos. [14]


[1] Extracto del libro: “El humanismo pedagógico de Don Bosco, y los desafíos y “estigmas “de nuestro tiempo”. Cap. 3º El Sistema. Originalidad y fuentes”. De F. Peraza L. SDB.

El primer capítulo de la obra de Gioachino Barzaghi , “Alle radici del sistema preventivo di don Bosco”, trata este asunto. O sea ¿qué tipo de relación o de “dependencia” existe entre la obra oratoriana del santo turinés y los ya tradicionales oratorios de Milán, Brescia, y en general, de Lombardía? Don Bosco estuvo en el de San Luis, pero además de otros que funcionaban en esa Capital, los había en Monza, Desio, Lisone, Merate. En 1850 se abría el de Cesano Maderno, dedicado también a S.Luis.(L. E. S. Libreria Editrice Salesiana, Milano,1990,5- 24. BCSR, 710.02.VAR).

[2] Luigi Crivelli: “Si ispirò a Miano per l’ Oratorio di Valdocco”; y Gioachino Barzaghi: “Il metodo: prevenire piuttosto che reprimere”, en ”Jesús”, Mensile culturale, Milano, 1988, 40; 52-57.

[3] En el mes de diciembre siguiente, va a Milán a predicar ejercicios espirituales en el Oratorio de S. Luis, mediante trámite hecho por medio de Carlos Predaglio, “cooperador” de los oratorios de esa ciudad. Es bueno aclarar que a los colaboradores laicos de los Oratorios lombardos se les denominaba “cooperadores” e implicaba un sentido de pertenencia a ellos, y una acción catequética conjunta con el clero en esta pastoral. Integraban una especie de “Congregación laical”, bajo los criterios y la espiritualidad de la “Compañía y las Escuelas de la Doctrina Cristiana”.

(Gioachino Barzaghi, “Alle radici del Sistema preventivo di don Bosco”, L. E. S./ Libreria Editrice Salesiana. Milano, 1990, 51-55;62-81;79;115-116,ns.10/11.BCSR, 710.02.VAR).

[4] Juan Bautista Lemoyne, M.B.,III, 441-442.

[5] “Storia dei Cooperatori Salesiani”, “Bibliófilo Cattolico”[“Bollettino salesiano mensuale”],1 (1877),2,1.

[6] En Milán por el 1850, cuando don Bosco estuvo de visita, funcionaban 15 Oratorios. (Gioachino Barzaghi, “Tre secoli di storia e pastorale degli Oratori Milanesi”, LDC,Torino, 1985, 113; 213-221. BCSR, 710.02,BAR).

[7] Juan Bautista Lemoyne, MB,III, 76.

[8] Eugenio Ceria, “San Juan Bosco en su vida y en sus obras”, Escuelas Gráficas Salesianas, Bogotá, 1939, 216-217. La edición italiana hecha en 1948 por la SEI con ilustraciones de Juan Bautista Galizzi, dedica al tema de los oratorios el Capítulo X, 87-94; y se refiere a la originalidad pedagógica de Don Bosco en el Capítulo XVII, “L’Opera pedagógica”, 149 a 157. BCSR, 271.010, CER.

[9] Gioachino Barzaghi,“Tre secoli di...”, o.c, 258-262.

[10] En Gioachino Berzaghi, “Tre secli...”, o.c, 14.

[11] Pedro Braido, Don Bosco per la gioventù povera e abbandonata in due inediti del 1854 e del 1862”, en la Piccola Biblioteca del Instituto Histórico Salesiano, n.9, Las-Roma, 1988,10.

[12] Ceria Eugenio,“San Juan Bosco en su vida y en sus obras”, o.c, 216-217.BCSR,271.210,CER.

[13] José María Moliner,“Historia de la espiritualidad”, Editorial El Monte Carmelo, Busgos, 1972,329-330. BCSR, 280. MOL. Gioachino Berzaghi, “Alle radici del Sistema Preventivo di don Bosco”, o.c., pp 59 ss.110.

[14] Braido Pietro, “Prevenire...”,o.c.,130-131; 132-133: “2. Fonti per la recostruzione del “sistema preventivo di don Bosco”, “2.2. L’integrazione della vita”.